Premessa necessaria a qualsiasi studio che riguardi le pietre da decorazione utilizzate in antichità è quella concernente l'accezione, nonchè il significato, di alcuni termini chiave che verranno largamente usati in seguito. A tale scopo converrà ora riportare quanto, con sintesi perfetta, scrisse Faustino Corsi nel suo trattato "Delle pietre antiche" (Roma, 1845):
"Per pietre da decorazione comunemente s'intendono quelle che a cagione de' bei colori, delle belle forme delle macchie, e della lucentezza che prendono sono buone da ornare gli edificj, ma che peraltro si trovano in grandi massi, onde formare statue, colonne, tazze, vasche ed ornati di architettura...",
ed ancora :
"La parola Lapis pei latini era generica, com'è per noi la parola pietra, e con essa indicavano quei minerali solidi, impenetrabili dall'acqua, e che non appartengono ai bitumi, alle arene, ai metalli. Per Marmora poi intendevano tutte le pietre di decorazione e di ornato, che tagliate prendessero un bel pulimento, deducendo l'etimologia di tal nome dalla voce greca marmairon, che significa risplendere. Per tale principio confondevano tutte le sostanze, e indistintamente chiamavano marmi tanto le terre calcari, quanto le serpentine, i gessi, le basalti, i graniti, i porfidi, i diaspri e qualunque altra pietra: ma i mineralogi riconoscono per marmi quelle sole pietre che sono formate di carbonato di calce, che fanno effervescenza cogli acidi, che percosse dall'acciarino non danno scintille, e che sono capaci di prendere pulimento."
Lasciando da parte alcune imprecisioni che possono essere rilevate dallo studioso di petrografia, le parole del Corsi ci aiutano a mettere ordine in una materia che a volte assume i connotati di una vera e propria babele di nomi: avremo casi in cui una stessa pietra nei secoli ha assunto denominazioni che vanno da quelle frutto della fantasia di scalpellini, a quelle riconducibili a risonanze mitologiche, religiose, magiche in qualche maniera evocate.
Esemplificativo da questo punto di vista è il caso del Porfido Rosso Antico, detto dai Romani Marmor Lacedaemonium ma anche Lapis Krokeatis, Lapis Lacedaemonius, Lapis Spartanus, Lapis Taygetus, Lapis Croceus, Lapis Smaragdinus, e che nella tradizione marmoraria medievale prese il nome di Serpentino.
Prima di proseguire oltre, vale la pena sottolineare, tra quanto affermato dal Corsi, che per i Romani il termine Marmora stava ad indicare tutte quelle pietre passibili di essere lucidate siano esse graniti o marmi s.s. (l'etimologia di marmora sarebbe da riferire alla voce greca marmairon= risplendere), mentre le Lapides erano quelle solo levigabili, come ad es. i tufi ed i travertini.
La lavorazione delle pietre si può ritenere sia cominciata con la comparsa dell'uomo sulla Terra; infatti le più antiche testimonianze che gli studi archeologici hanno portato alla luce risalgono al Paleolitico (circa 1,5 milioni di anni fa!) e riguardano le amigdale, armi ottenute scheggiando noduli di selce. Le amigdale, rappresentando il primo esempio di manufatto lapideo, costituiscono l'aspetto più interessante di questo primo periodo dell'età preistorica a tal punto che al Paleolitico potrebbe attribuirsi, in riferimento proprio ai primi tentativi di lavorazione della pietra, la denominazione di "Età della pietra scolpita". Sempre al Paleolitico risalgono i manufatti trovati lungo le sponde del Nilo, ottenuti lavorando i ciottoli di selce intercalati nelle Arenarie Nubiane.
Con il Neolitico la realizzazione di oggetti di pietra si fa più elaborata e interessa oltre alla selce, l'ossidiana, rocce quali le ofioliti e marmi cristallini, e più tardi la ceramica. In analogia con quanto detto a proposito del Paleolitico, nel caso del Neolitico si potrebbe parlare di "Età della pietra levigata".
In questo periodo l'isola di Milos e quella di Lipari assumono un ruolo preminente in tutta l'area del Mediterraneo per quanto concerne l'esportazione di ossidiana. La lavorazione di ofioliti finalizzata alla preparazione di asce veniva effettuata non più per scheggiatura ma per levigatura. In ambiente Egeo troviamo la consuetudine di realizzare idoli cicladici a partire da schegge di marmo e questo può essere considerato il primo esempio di cavatura.
Nel IV-III millennio a.C. compaiono le prime cave vere e proprie legate all'estrazione di megaliti, da utilizzare per l'edificazione di monumenti legati al culto dei morti. E' il caso dei Menhirs (dal celtico: pietra-verticale; costituiscono gli antesignani degli obelischi), dei Dolmens (dal celtico: pietra-tavolo; camere formate da lastre orizontali poste su supporti verticali; rappresentano i progenitori dei sarcofagi) e dei Cromlechs (menhirs disposti in cerchio).
Con l'Età del Rame e la successiva Età del Bronzo si ha la comparsa delle prime sculture rudimentali quali le Veneri Steatopige, simbolo di fertlità; tuttavia per trovare le prime sculture vere e proprie si deve risalire fino a circa 4000 anni fa, allorquando in ambiente Cicladico, ad esempio sull'isola di Naxos, troviamo sculture ottenute dalla lavorazione di marmi cristallini.
All'epoca Minoica risalgono importanti testimonianze della lavorazione di pietre quali la Selenite, un alabastro gessoso, il Porfido Verde Antico e il Rosso Antico, importato quest'ultimo dal Capo Tenaro, l'attuale Capo Matapan, nel Peloponneso. Il palazzo di Minosse a Creta fu costruito interamente in alabastro gessoso, materiale solubile in acqua, e si deve alla scarsa piovosità di quella regione se ancora oggi è possibile ammirarlo in tutta la sua maestosità.
Passando all'antico Egitto, in epoca pre-dinastica (circa 4000 anni fa) è testimoniata la cavatura di blocchi di alabastro cotognino (un alabastro calcareo affiorante lungo le sponde del Nilo) per la realizzazione di vasi rituali.
Durante la I dinastia (circa 2800 a.C.) viene costruita con il sacerdote-architetto Imotes la prima piramide, quella di Saqqara, utilizzando mattoni di Calcare di Thurè, un calcare marnoso che verrà in seguito utilizzato anche per la costruzione della più famosa Sfinge. L'evidente deterioramento di quest'ultima si deve allo sgretolamento provocato dalla presenza nel calcare di montmorillonite, un minerale argilloso fortemente espandibile con l'acqua; perciò nonostante le ridotte precipitazioni questi manufatti stanno progressivamente sgretolandosi.
Con la II dinastia (circa 2600 a.C.) viene tagliato per la prima volta una roccia granitoide quale la Sienite, che tanta fortuna avrà nei secoli successivi; utilizzata dapprima per la copertura di tombe, verrà in seguito impiegata per rivestire le piramidi di calcare di Thurè, come testimoniato dalle piramidi di Kefren e di Micerino.
Con la fine della V dinastia compare la Pietra Becken, una metagrovacca, assai simile nell'aspetto al bronzo.
La Grecia arcaica vede l'utilizzo in prevalenza del Poros, un calcare poroso, a cui si affianca il marmo cicladico: Caratteristici di questo periodo sono gli acroliti, teste, mani, piedi realizzati con marmi preziosi e successivamente innestati su sculture in Poros.
Solo in seguito comincia ad affermarsi l'utilizzo del Marmo Pentelico e del Marmo Imezio, cavati entrambi nei pressi di Atene. Il primo fu usato, oltre che per la scultura, anche per l'architettura (Partenone) e largamente esportato a Roma (Arco di Tito). Il secondo fu tra i primi marmi ad essere importato a Roma.
Al V sec. a.C. risale la cavatura nell'isola turca di Proconnesos (l'odierna Marmara) del Marmo Proconnesio, uno dei primi marmi ad essere tagliato in lastre, utilizzato tra l'altro per il rivestimento del Mausoleo di Alicarnasso.
Per quanto riguarda gli Etruschi c'è da dire che questi importavano non pietre ma direttamente manufatti lapidei dalla Grecia, in cambio del ferro estratto nell'isola d'Elba e il piombo delle colline metallifere toscane. Le sole pietre usate dagli etruschi sono locali e sono la Pietra Paesina (calcare marnoso cretaceo colorato da ossidi di ferro) e l'alabastro gessoso di Volterra.
"....Benchè i Romani sotto il governo de' Re e ne' più bei tempi della repubblica tenessero ad onore la semplicità de' costumi e la povertà della vita, nondimeno mostrarono grandezza di animo nella costruzione de' pubblici monumenti. Le prime fabbriche consagrate al culto delle Divinità, o alla memoria di chi si era con belle azioni distinto, o all'adornamento della città, o alle comodità furono suntuose e magnifiche."
Faustino Corsi, 1845.
L'introduzione del "lusso delle pietre" straniere si deve, secondo Velleio Patercolo, al console Quinto Metello Macedonio che nel 610 adornò la sua casa di pietre straniere e che per questo fu con disprezzo definito Princeps Lussuriae. "Finisce così quel periodo di austera virtù e di semplicità" (Corsi,1845) durato sei secoli e che aveva visto l'utilizzo unicamente di pietre locali. Si pensi ad esempio alla realizzazione dei cosiddetti scutulata pavimenta, pavimenti a mosaico fatti a partire dal II sec. a.C.con tessere bianche e nere, con qua e là tessere colorate di pietra paesina.
I primi marmi che furono importati a Roma furono il Portasanta (dall'isola di Kyos), il Numidico o Giallo antico, nel 666 da Marco Lepido, e l'Africano, nel 670 da Lucio Lucullo, che per questo motivo fu detto a Roma Luculleo "togliendo nome da lui che tanto l'amava" (Corsi,1845).
A distanza di un decennio cominciò l'importazione del marmo Lunense, da Luni (Carrara), e del marmo Caristio o Cipollino, da Karystos in Eubea.
Sotto Augusto il "lusso delle pietre" (Corsi,1845) diviene così sfrenato ed eccedente che esaurite le cave si cominciano ad espoliare i monumenti pubblici. Una legge del codice di Giustiniano ricorda come per editto dell'Imperatore Vespasiano e per decreto del Senato (71 d.C.) fu proibita la demolizione degli edifici per estrarne marmi e farne mercato. Pare, tuttavia, che tutto ciò non spaventò gli amanti dei marmi se l'Imperatore Costanzo fu costretto ad emanare un editto secondo il quale : " Colui il quale ardirà di demolire i sepolcri se l'avrà fatto senza il permesso del proprietario sarà condannato agli scavamenti delle miniere, e se l'avrà fatto con di lui autorità o comando sarà punito colla rilegazione; che se poi le cose tolte dai sepolcri saranno dal proprietario trasportate nella sua villa o nella sua casa, la villa e la casa o qualunque altro edificio passerà in potere del fisco. Si arrivò fino alla nazionalizzazione delle cave ricadenti nel territorio dell'Impero, e al divieto di eseguire scavamenti ne' fondi privati, ma tutto ciò, limitando la scoperta di nuovi marmi, fece aumentare a dismisura il loro prezzo".
Con l'abolizione di ogni vincolo alla ricerca e allo sfruttamento, fatta eccezione per il versamento di una decima al fisco, ci fu un fiorire di nuovi ritrovamenti. Fu creata la figura dei sovrintendenti alle miniere detti Procuratores montium o Rationarii a marmoribus; ricoperta dapprima da liberti. Il Grutero fa menzione di un certo Teamidiano che sotto l'impero di Claudio era Magister a marmoribus, e di un Semnone che sotto Settimio Severo era Praefectus tabellariis curationis marmorum.
Per quanto riguarda l'escavazione vera e propria, a questo compito erano preposti il machinarius ("l'ingegnere", responsabile della designazione dei filoni da scavare, e della progettazione delle macchine necessarie), il lapicida (il tagliatore esperto nelle tecniche da utilizzare) e il metallarius (il cavatore, colui che materialmente si occupava prima di portare alla luce la roccia e poi dell'escavazione).
A causa della sempre maggiore richiesta di marmi, i responsabili di gravi delitti, gli schiavi e i cristiani venivano condannati ai lavori forzati nelle miniere dell'Impero; sono questi i cosiddetti damnati ad metalla. Per ciascun blocco estratto in una cava romana venivano annotati:
Oltre a quelli che venivano condannati all'estrazione di marmi, c'era a Roma tutta una categoria di persone che si occupava della loro lavorazione; nelle leggi romane si fa esplicito riferimento a : i caesores (i segatori), i quadratarii (che squadravano, ponevano in garbo i blocchi tagliati dai segatori), i lapidarii (gli scalpellini), i marmorarii (gli intagliatori), i musivarii (si occupavano delle cosiddette opere tassellate, come i pavimenti musivi o a mosaico), i politores (coloro che si occupavano di lucidare i marmi), e gli sculptores (gli scultori veri e propri).