Collezione Spada

Il primo conservatore del Museo di Mineralogia fu il padre Carlo Giuseppe Gismondi (1762-1824), mineralista insigne, come dimostra l'onore resogli da von Leonhard nel dedicargli una nuova specie mineralogica, la zeolite denominata gismondite. Gismondi curò l'acquisizione della raccolta del mineralista veronese Camillo Clerici, che costituì la base della raccolta, e stese il primo catalogo sistematico e ragionato della collezione.
La più importante collezione mai giunta nel Museo di deve però al suo successore, Pietro Carpi (?-1861), che ebbe il grande merito di acquisire la sorprendente collezione privata dell'allora prefetto pontificio monsignor Lavinio de' Medici Spada (1801-1863). Spada fu un egregio ricercatore, sempre in contatto con i maggiori mineralisti del tempo, tanto che von Kobell gli dedicò la spadaite e lui stesso scoprì la parisite (proveniente dai giacimenti di Muzo in Colombia). Ancora oggi i 12.000 campioni di quella collezione costituiscono il nucleo principale del Museo e alcuni pezzi di questa straordinaria raccolta rappresentano il “top” per quanto riguarda una determinata specie mineralogica e/o un determinato giacimento.
Alcuni esemplari della collezione Spada sono illustrati in dettaglio come “antipasto” per quanti avessero voglia di venire ad ammirare gli altri migliaia di campioni che non possiamo inserire nel sito!

 

Ambra siciliana (N° 13296/14 – Coll. Spada)
Questo splendido esemplare di ambra siciliana (anche detta simetite o più impropriamente succinite) è uno dei punti di vanto della collezione Spada e più in generale del Museo di Mineralogia. L’ambra siciliana associa ad un elevato pregio estetico e gemmologico – per la trasparenza e la ricchezza dei colori – un’eccezionale importanza storica, al punto di farne una delle gemme più apprezzate e desiderate. I più copiosi ritrovamenti di questa varietà di ambra sono avvenuti in un intervallo temporale compreso tra la prima metà del 1600 e l’inizio del 1970. I giacimenti di simetite non sono mai stati localizzati, infatti, a partire dai giacimenti primari ubicati nell’entroterra siciliano, l’ambra veniva rimossa in occasione di intensi eventi piovosi che causavano frane e dissesti; in queste occasioni l’azione erosiva dell’acqua staccava pezzi di diversa grandezza dalla loro sede naturale e li disperdeva nelle campagne vicine o nei corsi d’acqua e da questi al mare dove si rinvenivano piaggiati attorno a Catania e nella costa meridionale della Sicilia.
Il motivo per il quale non si abbiano più notizie riguardo il ritrovamento di campioni di ambra dopo gli anni ’70 è ancora oscuro, ma potrebbe essere attribuito all’impatto antropico sul territorio che ha modificato il talweg dei corsi d’acqua che regolavano il trasporto di questo materiale, a causa della costruzione di dighe e sbarramenti. In conclusione, oggi l’ambra siciliana non viene più estratta ed un campione come questo, entrato nel 1852 ad arricchire la collezione dell’attuale Museo di Mineralogia, rappresenta un’importante testimonianza della mineralogia e gemmologia italiana.
 
Granato (N° 6454/134 – Coll. Spada)
Un dei campioni più eccezionali presenti nella Collezione Spada, entrato nel Museo di Mineralogia nel 1852, è rappresentato da questo granato proveniente da Testa Ciarva, Mussa, Val d’Ala Lanzo, Torino, Piemonte, Italia.
I granati sono una famiglia di minerali molto diffusi su scala planetaria e si rinvengono in una vastissima gamma di colori e qualità; esistono però alcuni posti di estrazione dove i granati assumono connotazioni particolari ed uniche, se a ciò associamo il fatto che alcuni giacimenti sono divenuti improduttivi o vincolati da divieto di scavo, ecco che alcuni campioni, estratti molte decine di anni fa possono assumere un particolare pregio scientifico, storico ed estetico.
È il caso dei granati della Val d’Ala, con trasparenza e lucentezza da renderli di qualità gemma, in associazione con cristalli di diopside.
In particolare la località "Testa Ciarva" ("Calva" in dialetto locale), è diventata famosa sia per la qualità che per la quantità dei campioni forniti nel corso degli anni. Questo giacimento è stato sicuramente il più sfruttato della valle, anche con l'abbondante utilizzo di esplosivi. Oggi, a causa di questo, la zona è stata totalmente interdetta alla ricerca e raccolta dei minerali. Ciò aggiunge maggior valore agli esemplari presenti nelle collezioni mineralogiche.
I minerali che più hanno reso famosa la località sono il granato e il diopside, entrambi presenti nel campione ereditato dalla Collezione Spada: i cristalli di granato sono di straordinaria eleganza, di un intenso colore rosso-giacinto-cupo, con un abito di solito dato dalla combinazione tra l'icositetraedro e il rombododecaedro; i cristalli di diopside sono di colore grigio-verde e caratterizzano questa associazione particolare ed esclusiva di questa località.
I granati della Val d’Ala, grazie alla loro rarità, alla loro storia e alla loro bellezza, sono in assoluto tra gli esemplari mineralogici più famosi ed ammirati su scala mondiale.
 
Berillo (N° 6142/64 – Coll. Spada)
 

“Color acqua di mare limpido”, così appare scritto sullo storico cartellino che accompagna l’eccezionale cristallo singolo di berillo illustrato in figura. Il berillo - il cui nome, non a caso, deriva dal greco beryllos e significa "preziosa acqua blu-verde del mare"- è un minerale celebre per le sue ben note varietà gemmologiche: smeraldo (colore verde) e acquamarina (colore azzurro). Per questo motivo, la grande maggioranza di cristalli di berillo che si presentano con colore, trasparenza e limpidezza tali da essere impiegati in campo gemmologico vengono quindi tagliati e sottratti alle collezioni mineralogiche. Una splendida eccezione è questo campione, estratto in Siberia, e giunto nel Museo di Mineralogia della Sapienza con l’acquisizione della collezione Spada nel 1851; infatti il cristallo in questione è caratterizzato da un intenso colore azzurro-verdastro, da un’eccezionale trasparenza e un’ottima limpidezza. Solo la caparbia opera di conservazione del Monsignor Lavinio de' Medici Spada e dei direttori del Museo che nel tempo si sono succeduti, ha permesso a questo cristallo di “sopravvivere” alle pressioni delle gioiellerie e di mantenere intatto tutto il suo splendore.
Pochi esemplari al mondo riescono a rappresentare il minerale berillo come questo cristallo siberiano; è sufficiente visitare la vetrina dove è esposto e ammirare la luce che sprigiona per capire perchè il termine latino berillus, abbreviato nel prefisso brill-, ha dato origine al verbo italiano “brillare”.

 
Diamante (N° 16/16 – Coll. Spada)
La parola “diamante” deriva dal nome latino adamas (genitivo adamantis), che significa “indomabile” ed è riferito alla durezza eccezionale di questa pietra. Il diamante è un minerale formato da carbonio (C) per il 99.95% e da altri elementi in traccia per la rimanente percentuale;
ha densità 3,52 e la sua durezza (resistenza che un minerale oppone alla scalfittura) è pari a 10, ovvero la durezza massima della scala di Mohs (scala usata per la valutazione della durezza dei materiali); l’indice di rifrazione, molto elevato, è pari a 2,42. Il diamante presenta inoltre il più alto termine di lucentezza per i minerali trasparenti, che viene definita adamantina.
Queste fredde ma caratteristiche proprietà possono servire a caratterizzare il diamante, ma non bastano per descrivere questo splendido e limpido cristallo di 1,59 carati, estratto in Brasile, preservato dal taglio e donato al Museo di Mineralogia dal Monsignor Lavinio de' Medici Spada. Diamanti come questi sono al giorno d’oggi introvabili, in quanto alla rarità nel ritrovamento di cristalli di dimensione e qualità come quelle che caratterizzano il esemplare qui illustrato, si unisce la rarità dovuta al fatto che cristalli con tali caratteristiche vengono tagliati ed impiegati in gioielleria. Questo diamante, depositato nel 1852, è solo uno dei primi tra quelli presenti nel Museo di Mineralogia, che ospita anche uno splendido diamante cangiante all’interno della Dactyliotheca e diversi esemplari di diamanti antichi fra i quali un campione storico su matrice della miniera di Kimberley (acquistato dal museo il 5 marzo del 1887 per un valore di 600 marchi, ovvero di 750 lire). Nel museo è inoltre presente una collezione di riproduzioni dei diamanti celebri.
 
Axinite (N° 7240/2 – Coll. Spada)
Axinite o assinite, come riportato sull’originario cartellino, bruna in grossi cristalli con albite ed epidoto su scisto verde, proveniente da St. Cristophe en Oisans, Isere, Francia.
L’axinite fa parte di un gruppo di boro-silicati caratterizzati dalla presenza di Ca e Al, ha proprietà piroelettriche e piezoelettriche ed è molto difficile da incontrare in campioni di buona qualità e dimensione a causa della sua rarità e delle difficoltà di estrazione e conservazione (a causa della fragilità dei cristalli). L’esemplare di axinite qui descritto, giunto nel 1852 al Museo di Mineralogia all’interno della collezione Spada, è una splendida eccezione.
Il campione ha un assoluto pregio estetico, dove i cristalli di axinite, da trasparenti a traslucidi, sono caratterizzati da un abito triclino perfetto (uno dei più rari in natura) e da un attraente colore bruno che vira al violetto a causa di un forte pleocroismo visibile ad occhio nudo (proprietà di alcuni minerali, che mostrano colori diversi a seconda dell’orientazione del cristallo). Ad aumentare l’importanza del campione illustrato in figura è la sua provenienza: questo esemplare proviene infatti da scavi effettuati nel XIX secolo a St Christophe-en-Oisans, celebre località tipo per l’axinite, dopo i depositi sono attualmente esauriti. In questa axinite si concentra quindi splendidamente l’essenza museale: 1) l’importanza storica che si traduce nell’osservare dal vivo minerali che non è più possibile estrarre, 2) poter godere dei pezzi più belli tra quelli ancora in giro provenienti da miniere esaurite.
 
Magnesite (N° 12615/17 – Coll. Spada) 
Il cartellino originario riporta ancora il termine mesitite, sinonimo in disuso per indicare la magnesite, celebre carbonato di magnesio, ma ancora valido per indicare i campioni con alto contenuto in ferro (per alcuni questo termine indica proprio una varietà di magnesite ricca in ferro).
Lo splendido esemplare illustrato in figura proviene dai celeberrimi depositi tipo di Traversella, Ivrea, Piemonte, Italia, e consiste in larghi cristalli lenticolari di magnesite ricca in ferro, aggruppati con quarzo ialino cristallizzato su dolomite bianca, con patina parziale di limonite ocracea ed ematite micacea.
Un dei vanti del Museo di Mineralogia della Sapienza è quello di possedere una delle più vaste e ricche collezioni esistenti al mondo di campioni estratti in Italia, spesso provenienti da miniere oggigiorno esaurite o inaccessibili; tale collezione è stata possibile grazie a grosse acquisizioni e donazioni avvenute, come evidenziato in questo volume, in epoca pre-unità d’Italia. Questa magnesite, donata nel 1852 dal Monsignor Lavinio de' Medici Spada, costituisce per la sua importanza, storico-scientifica e bellezza, una colonna portante di questa straordinaria raccolta di minerali italiani.